Me ne vado presto… Piccolo saluto 🖑

Appena sveglia e scrivo, probabilmente, il mio ultimo articolo a proposito del mio soggiorno in Italia.

Da quasi sei mesi che sono in Valle d’Aosta, principalmente a Charvensod, e non ci credo che me ne andrò tra due settimane.

Ho vissuto con questa adorabile famiglia Linty, per la quale, dovevo prendermi cura della mia piccola Dédé in modo da migliorare l’italiano e aiutarla con il suo francese. E non pensavo che da questa esperienza, avrei trovato il mio posto per sempre.

Loro

Nonostante abbiamo litigato a causa dei diversi caratteri, abbiamo passato dei buoni momenti insieme, dato che sono stati come una seconda famiglia per me. Infatti, sono sempre stati presenti quando ne avevo bisogno. Mi sto riferendo a quando ero nel bisogno di parlare di una cosa che non riuscivo a risolvere da sola, Barb’, mi ha sempre dato i giusti consigli e mi faceva un buon piatto di pastasciutta!

Addirittura ha chiesto a suo nipote se potesse prestarmi i suoi sci affinché affittassi solo gli scarponi per non spendere troppo. Oppure, quando il mio fidanzato è venuto a trovarmi, gli ha imprestato i suoi sci e ci ha dato la sua macchina in moda da muoverci senza difficoltà. Quanto a René, lui, mi portava sempre giù ad Aosta, la mattina presto, a prendere il mio pullman per andare in giro. Tutto ciò mi ha mostrato che sono delle buone persone, anche se non glielo ho mai detto. Troppo timida in fondo. 🙂

Dunque.
Grazie a loro ho imparato tanto a proposito della cultura italiana. E ho capito che è in questo paese (vicino del mare ovviamente) che vorrei vivere più tardi. Cioè almeno a lungo :). Visto che gli italiani sono così adorabili, simpatici, veri, intelligenti, mangiano bene, e sopratutto, perché hanno questo valore della famiglia che condivido anch’io e che non ho ancora visto altrove.

In effetti, dato che il sistema italiano non permette alle banche di aiutare gli studenti a essere independenti, e che, non tutti hanno la possibilità di avere un lavoro stabile dopo gli studi, la famiglia allora deve aiutarli. Di conseguenza ciò ha creato un grande rapporto affettuoso tra di loro. E una volta laureati, i figli stanno in casa per aiutare i loro genitori finché non hanno trovato la persona giusta con cui fare la loro propri vita. Sarebbe come un gesto per ringraziarli di tutto ciò che hanno fatto per loro durante i loro studi o altro. Si può ad esempio vedere fratelli, sorelle, cugini, figli, figlie ecc., vivere insieme alla nonna/nonno nella stessa casa.

Questa situazione ha dato agli italiani, secondo me, due grandi qualità che sono : la generosità e la riconoscenza. E questo è proprio bello, perché la famiglia è la cosa più importante al mondo. Sopratutto i genitori. Quando vedo che in alcuni paesi mettono la madre e/o padre in casa di riposo, così lontano dai loro figli, mi fa tanto male. Ecco perché condivido questa idea di vivere insieme ai genitori o vicino. Per poter prendersi cura di loro quando ne avranno bisogno, come l’hanno fatto per noi da piccoli.

Ciò l’ho davvero capito quando ho visto il mio ragazzo prendersi cura di sua mamma : chiamandola quasi sempre, comprandole cose per farla sorridere. Era bellissimo. Non avevo mai visto questa cosa da nessuna parte. Questa è la principale ragione per la quale ho una grande considerazione per gli italini, e per cui, sono convinta di voler stare vicino a loro.

La mia piccolissima Dédé 

Prima di lei vedevo i bambini tutti uguali ai quali piaceva soltanto giocare al parco giochi senza grande voglia di fare cose impegnative. Ma Dédé sì. Voleva sempre far la scuola, fare il veterinario, disegnar cose interesanti, costruire, pitturare, giocare a Cluedo, a Shanghai, vedere il peppe “il corpo umano”.

A solo cinque anni l’ho vista diversa dagli altri bimbi. Come capiva bene il francese era la mia traduttrice quando avevo bisogno di conoscere una parola, o sapere se avevo detto/pronuciato correttamente una frase. Però, ciò che mi ha sorpreso di piú, è che mi dava consigli su come avrebbe potuto farlo una  persona adulta. E cosicché con lei ho capito che dovevo adattarmi al carattero di ogni bambino, perché hanno tutti i loro propri passatempi.

All’asilo

Dédé mi ha portato nel suo asilo a trovare i suoi amici e a insegnargli l’inglese. Ciò che fu una bellissima esperienza, sebbene fossi reticente all’inizio.

Quei bambini erano adorabili. Mi facevano tanto ridere perché quasi tutti volevano stare vicino a me. Carini, mi davano pure un bel benvenuto quando andavo facendomi dei bei designi, o guardandomi con un gran soriso. Era così bello. Il loro etusiasmo mi dava idee per farli ridere :).

I miei giri in Valle D’Aosta 

Ho scoperto tanti bellissimi posti grazie alla mia famiglia ospitante, al mio dolcissimo ragazzo e ad Emanuele (l’adorabile vicino di casa).

Ho camminato tanto, ero stanca morta, ma che bei momenti ho avuto!

Le mie attività culturali e sociali 

Posto che avevo molto tempo libero per me, e grazie al mio dono a capire velocemente le cose senza fare un grande sforzo, ho studiato sodo l’italiano, lo spagnolo e il cinese da sola. E quindi, senza rendermi conto, sono diventata poliglotta! 🙂

Inoltre, mi sono davvero divertita a scuola di italiano e ad atletica… Lì, ho imparato tante cose e conosciuto delle persone fantastiche che non potrò mai dimenticare.

Insomma, la ragazza alla pari in Italia è stata, certamente una meravigliosa esperienza. Partirò sicuramente con la testa piena di bei ricordi e più matura.

Allora grazie a voi tutti ♡

Piccola Billie 

August 2015… in Leicester, England 

“Traveling alone or the way to find out itself.”

It is 8 A.M, I just woke up and feel nostalgic. As though I were needed to talk about my stay in Leicester, so I will bother you speaking out my thoughts to not think about them anymore. After all someone said one day  : “Writing, it is killing”, did not they ?

August 2015.

Leicester has been my first step to my trips on my own and to the way to myself. I was very young when I moved up and freshly graduated from my one year of a Master’s degree in the beautiful south of France. I was needed to increase my skills in English, and living in Leicester helped with it.

I did not know yet I would have lived so many things and found out who I exactly am. Either that I will be traveling a lot. My first plan was about getting a better level and go back to the university after finishing.

However things have not been driven as I wished. And instead, I have discovered how to let unknown comes in my life. I understood that planning important things is well and we have to, though living without thinking, without organize is much better. As we enjoy more and the unthinkable arrives without knowing it.

My first step in England

When I left France I was excited about finding out English culture. It was my first time in the UK. I could not have waited to get there although I was a bit sad because of a personal experience.

I met the family at the airport of Birmingham. I felt like a stranger in England. I was scared of speaking, scared of living there, so far away from my family, of my culture. Well I was frightened! But fortunately the family knew how to make me feel welcomed.

Learnt how to be a mother 

I have never been an Au Pair before so I did not know properly how I should have behave with the family and the children. I chose then to be myself : lovely.

Thus being cheerful with the children has been so great as we liked each other and had so much fun. By being with them I was learning without knowing, how to be a mother. And I did like it. However the only issue in that case it is when you must leave : the goodbyes are very… very difficult. I should then have learnt to be strong and let sentimental emotions behind me to get on.

Foreign friends 

During my daily fight to make me understand and to live in the country, I met some nice foreign friends. One of the most important point according to me when you go overseas.

Indeed, having around me many “friends” helped me to feel like home and confident. Thanks to them I had a better understanding of British life, with the language and even with my host family. Basically with all.

The best about friend I met has been a girl who called L. I did like her. She was strong, smart and has been patient, helpful and so nice as she was always there when needed. She showed me everything about Leicester, about living as an Au Pair and taught me how to stay safe when you are away from home. She was my model to speak honest.

Thanks to her I met the other Au Pairs, those I had the best Au Pair’s experience ever with. This is why I am convinced that having someone like her around us is fairly important to not feel alone and unsafe.

From languages to myself 

Moving off to Leicester has showed me a part of who I am and I reached that by learning the language on my own throughout 4 months. I then realized how much I am sensitive – solitary and like being with myself. Self-sufficient and how much I like teaching what I know – teaching myself languages – studying and being useful. But the most important thing I did learn it is that we are all able to get what we want from life if we truly desire it.

January 2016.

In January 2016, I left this small lovely town with plenty of memories, and some of my friends to another town of England : Edinburgh. It has been hard to leave but I did not know yet the best was coming up to me.

If I were a word to say to conclude this short memory, before going back to my dreams, it would be that : if you do believe in something, whilst you’re afraid of, you must go for it to let it be. For life goes fast and perhaps tomorrow will not never come. Then life today and make your dream come true as it does worth and you are able to do it.

I used to be afraid of before moving, but I did it. And it has been the best choice I did ever.

Billie Dadié 

Le mie poesie

Quando l’amore ti tocca 

E l’amore mi ha trovata,
In questa notte d’estate.
Così bella mi ha portata da lei,
Promettendomi che tutto andrà bene.
La paura nella pancia avevo,
Ma confidente mi sono lasciata portarci.
Ed oggi realizzo, che ho fatto bene di seguirla. 

Mon dernier songe 

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Et quand bien même cela n’a pas été facile,

Je pense à nous, à ce que l’on a laissé.

Oui ton bonheur rends mes journées difficiles,

Alors que je ne songe qu’à te délaisser.

Il mio ultimo sogno 

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E malgrado questo non era facile,

Ripenso a ciò che abbiamo abbandonato.

La tua felicità è difficile,

Ma devo accettarla ti ho lasciato.

Pour te dire

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Sa chaleur naturelle qui me rendait toute joie,

Ses éclats de rires, similaires à de la soie ;

Adieu je le leurs ai dit lorsque j’ai disparu.

Ô comme elle me manque, cette voix que je n’entends plus.

Confiance

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Semblable à un vent d’été lorsqu’on la tient,

Mais qui exige constamment un grand entretient ;

Car, vois-tu : sa beauté et son tendre fragile,

Si doux qu’ils t’apaisent, s’en vont d’un pas facile.

Toi, chère neige 

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La retrouver je ne n’avais d’autres choix,

Tout abandonner ? Pourquoi pas, ma foi.

AbsePnte elle était je ne sus que faire ;

Que l’attendre pour une vie à parfaire.

When she finds us 

So tired I did not expect anything
Although getting to my station and going home
But life had decided in another way
Thus in that loud space I saw him staring at me

He seemed so mysterious and indifferent
But he did not and was actually nicely shy
If I were knew that that man would have been the one
Life I tell you is so amazingly lovely

For having brought to me the right of my whole life
Despite of the distance he knew how to keep me
What is it then ? If it is not the magic of love.

La vita è una sorpresa

Andare all’estero per scoprirsi
Essendo una ragazza alla pari
Incontrare tanta gente di paesi diversi
Farsi l’amicizia con loro
E capire tante cose di te

La vita l’ho capito è una sorpresa
La più bella chissà
Ti porta le cose che hai bisogno per farti
Per diventare quello che devi essere

Ti porta le persone in cui hai bisogno
Per aiutarti, amarti, lasciarti o stare con te
Non si sa mai ciò che il destino ti ha preparato
Il perché si deve vivere senza limita

Io la mia vita ha iniziato questo giorno sul treno
Non lo sapevo ancora, ma quando ci siamo guardati abbiamo capito
Che saremo i più belli amanti

La vita è una sorpresa e tutto si può cambiare
Sebbene credo che quando tu tenga forte a qualcosa
La natura ti risponde e ti aiuta ad realizzare i tuoi sogni

Basta che ci creda

 Il mio amico

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Il mio amico è adorabile, intelligente, dolce e generoso,

È sempre presente quando ho bisogno di lui.

Si arrabbia difficilmente perché è comprensivo,

Ma una volta arrabbiato può essere cattivo nelle sue parole.

Il mio amico è davvero silenzioso e gli piace la sua libertà,

Non parla troppo, dice soltanto l’importante.

Fa le cose che gli piacciono e viene da te solo se l’ha deciso,

Quindi non si sa mai quando parlargli,

Proviamo e vediamo.

E’ imprevedibile, misterioso ma tanto amabile.

Ecco perché l’assomiglierebbe ad un gatto.

Il gatto è infatti solitario e la sua parte misteriosa e dolce ci attrae.

Avvicinare un gatto è o un’esperienza piacevole o spiacevole tanto è imprevedibile.

La Tradizione del Pane Nero, Italia

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Domenica 15 Ottobre 2016, mentre lavoravo a casa sul mio articolo, la mia madre ospitante, Barbara, contenta, venne a trovarmi nella mia camera. Io ero concentrata sul computer scrivendo con calma quando la sentii entrare a farmi una domanda. Lasciai il mio lavoro per ascoltare ciò che voleva e mi chiese se volessi andare alla festa del villaggio con lei e gli altri. Mentre mi stava parlando, io mi chiedevo perché non sentivo nessun rumore anche se ero vicina alla festa, poi realizzai che avevo chiuso tutte le finestre e avevo le cuffie alle orecchie. Silly me.

Dunque.

Barbara mi ripetette la domanda, provai a guardare fuori dalla finestra per vedere come fosse ed era soleggiato. Però non volevo interrompere ciò che stavo facendo per andare a una festa. Ma Barbara alla fine mi convinse. Mi vestii ed andai fuori a vedere ciò che stava succedendo a due minuti da casa.

Arrivai alla festa, c’era tanta gente e molte persone che conoscevo. Era proprio una bella festa dove tutti sembravano essere felici. Mi sentivo felice, scoprivo qualcosa di nuovo.

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Barbara ed io raggiungemmo gli altri amici. I tavoli erano pieni di prelibatezze: castagne, bevande, pane, formaggi…, e sentii la mia madre ospitante dirmi: “E’ la festa del Pane Nero! Vai con la bimba a comprare delle castagne così vedrai come è il Pane Nero e dove si fa”!

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Andammo subito e vidi della gente felice che danzava con dei costumi tradizionali, ed io gli scattai delle foto. Comunque, non capivo ancora il perché di questa festa. Avevo davvero bisogno che qualcuno mi spiegasse il suo significato. Allora più tardi lo chiesi a Barbara.

Ecco cosa è il Pane Nero e come si fa

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Il forno di Charvensod

Scopri che il Pane Nero viene chiamato in Valle d’Aosta: “Pan Ner”. È un pane tipico dalla Valle D’Aosta entrato nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali, preparato con un prodotto tra i più usati dopo il grano ovvero il “segale”. Un cereale speciale che produce una farina particolare usata da 200 anni, che si coltiva di solito nelle regioni fredde dell’Europa perché sopporta bene le basse temperature.

Una tradizione della Valle D’Aosta

Ma il pane nero fu ed è ancora una tradizione che è cambiata con il tempo. Così prima della metà del ‘900, il pane nero veniva preparato in inverno da tutte le famiglie di Charvensod per circa dieci giorni, usando il forno del villaggio che veniva portato a temperatura. Considerato che c’erano tante famiglie per solo un forno, si faceva un elenco (a turno), cioè, alcune venivano alla mattina e altre al pomeriggio per preparare l’impasto ed farlo cuocere.

Dopo di ché il pane veniva portato a seccare nelle soffitte e messo nei “rateli” per evitare la muffa e gli insetti. Una volta conservato e diventato duro, si mangiava tutto l’anno (e ancora oggi) con il latte o come si vuole. Il Pane Nero era in quel momento, molto più un dovere che un piacere. Era una maniera di vivere.

Dopo il 1950

Il Pane Nero ed i forni di Charvensod si sono persi a causa dell’arrivo del pane bianco, dei panifici ecc. Di conseguenza i forni sono stati abbandonati. Però nel 1992, l’amministrazione comunale di Charvensod decise di riprendere la tradizione del Pane Nero, non più come un bisogno ma come un piacere. Il piacere di conservare una tradizione che è stata la loro. Da allora si è costituita il comitato del forno dove alcuni volontari ed abitanti del villaggio decisero di imparare a fare il pane. La preparazione si faceva (e ancora oggi) prima dell’inverno, ogni dicembre.

Autunno: Una festa per i turisti

Nel 2015 si è istituita la celebrazione del Pane Nero a livello Regionale. Così dall’anno scorso, il responsabile del comitato del forno di Charvensod programma la celebrazione del Pane Nero comprando la farina, chiamando le famiglie a fare il pane, mettendo i manifesti sulla strada, dunque, organizza il giorno della festa. La celebrazione si fa in autunno (settembre) per una settimana ed è soltanto per i turisti. Così è l’occasione per loro di vistare il villaggio ma anche la città di Aosta, di mangiare e di comprare il Pane.

Dicembre: Festa per gli abitanti del villaggio di Charvensod 

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Esiste anche quella per gli abitanti del villaggio di Charvensod fatta nel mese di dicembre. Questa festa è più intima, quindi non ci sono i manifesti né i turisti nel villaggio tanto è il piacere di mangiare, di parlare, di incontrarsi, di far festa, cioè, di stare semplicemente insieme.

Riassumerei il significato della festa a cui assistei, con le parole che mi disse un abitante di Charvensod: “Far rivivere una tradizione che non esisteva più è secondo me una buona cosa, poiché è l’occasione di ritrovarsi”. 



Billie Converse DADIE

“La Vendemmia…”

La Vendemmia”, Aosta Valley, Italy

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Past a month I have arrived in Italy and thus far, I have only seen a beautiful culture, amazing persons (always happy and generous), and some lovely landscapes. Indeed I have come down in that smallest town called Aosta Valley, located in the mountains of Italy between France and Switzerland, and every single day I enjoy this breathless view.

Italian culture 

I have decided to come down to Italy from Edinburgh (Scotland), so as to find out Italian culture and improve the language. Fortunately, I am living with a native family who gives me this opportunity to get to know better Italians, and there how I discovered La Vendemmia of Charvensod that takes place each September by my host family and its family.

What Vendemmia means 

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For those who do not know yet, La Vendemmia it is an Italian noun which simply means “the grape harvest”. It is a work done by some people living in the south of Italy but also: in the south of France, Spain, Greece, the United States, South Africa, Australia…, on account of the temperature it is better than the north one, according to my host mother. In addition, those who do the grape harvest, work for a society cooperative which products the wine. They therefore need many of grapes to make it up.

How to do the grape harvest

I learnt how to do La Vendemmia with my host mother. That day, she asked me to come round with her and hers daughter to the mountains of Charvensod (a small village located in the hill of Aosta Valley) to do the “Vendange” (la vendemmia). Some would have probably understood what she meant but I did not. Well, I thought it would have been about a small duty to do like: climbing up the mountains, collecting grapes and get back home, but it would not. On the contrary, I realized the huge duty that I was about to do.

What we did

In the first place, we had left home and then walked up for 15 minutes under the shinning sun, through the wood to reach the mountains of Charvensod. From the top, the view was fabulous. We could have seen the Mont Blanc, Switzerland’s mountain and the Grand-Combin. We paused a while to enjoy the landscape before walking on to the grape harvest place.

After arriving, I was surprised to see that all the family was there… Mothers, brothers, uncles, sons, grandfather, grandmother, had climbed up the mountains to help cutting off the grapes. I was like speechless when I saw the lovely output surrounded by the mountains, and could have already seen some cut and put down into baskets.

Naturally, I could not have stopped myself eating them.

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After a while, my host mother who had been helping her brother with the packing into the car, up to me and gave me a piece of scissor, gloves and a basket. I then asked:

“What are these for?”

She replied me back:

– “They are for you, to cut the grape”!

Indeed… I should have cut the grape, so did I. So I went for it!

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Kneeled down on the floor cutting these yummy things, I was wondering why we were doing that. Thus, later, I asked my host mother:

Actually, why all your family was there cutting the grapes? What they would have done with that?

E: “It is because of my brother. He is a partner of a society cooperative which products the wine. He is no under obligation to do that but he likes it so we help him with it”.

Things were getting clearer, but naturally curious, I went ahead with my questions.

He is like a volunteer and does not get paid to collect the grapes, does he ?

E: ”Yes, he does get paid but about the quantity that he brings to the society. This is why there were so many baskets”.

Where do the baskets go to?

E: “We, well… my brother brings them to the society cooperative. It is important that we full out so many baskets as the society needs to get myrad grapes to make the wine up. Besides, La Vendemmia is done on two days each September and then it shows up. Therefore it is essential that we get the entire grape”.

How does the society use the grapes to make the wine up?

E: “Well, basically, it is by a system of vetting. I mean, the grape is separated into two baskets : the first one contains the steam and the second one the skin of the grape. Next, the juice is extracted from the grape before fermenting it for fifteen days, so as to the natural sugar and yeast work together and create the wine. Furthermore, the wine needs to be worked again after these fifteen days, throughout the winter. When it is ready, the society puts it into a bottle and commercializes it during the springtime. There how is made the wine.”

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Thanks to those explications, I knew better what I was doing that day into the mountains. Although there was one little thing that I was not still understood.

Moments con la famiglia…

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How come all your family was there?

For, to be honest, it is all the same a long and quite hard duty, especially under the sun. I got very tired when I did that. I wanted to understand when Barbara’s answer totally pleased me.

E: ”We were no under obligation to help him as I said before, and, indeed it is not that easy and might be tired for some of my family. However as you know, we were all there. It was not only about helping him but well about sharing some time together, whilst we live close to each other. For us, doing La Vendemmia it is not a hard duty and we do not get bored at doing it as it is an opportunity to get together, well, to be con la famiglia…”

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Billie Converse  DADIE

La désillusion 

La dure réalité de certaines Au pairs chez nos voisins anglo-saxons 

Les taxis anglais, pris à Leicester le 5 septembre 2015

Living in the UK as an Au Pair peut faire rêver, mais ces jeunes filles connaissent-elles réellement les familles qu’elles choisissent? 

Chaque jour, bon nombre de filles de 18-29 ans, prennent la décision de partir en Angleterre, en tant qu’Au pair, afin de vivre une expérience culturelle. Cependant, ce qui aurait dû être une belle aventure, s’est avéré pour certaines, être une vraie désillusion. Car, en effet, toutes les host families ne se montrent pas aussi accueillantes qu’elles le devraient ; et c’est ainsi que l’on constate que certaines Au pairs ont été confronté à un “esclavage moderne”, qui, selon K.Bales se définit comme : un “foyer de violence et pas seulement, mais ou la libération ne peut être obtenue que par coup de force ; de fuite – par la fenêtre – par subterfuge – par intervention du monde exterieur, par les voisins, par la police et par la loi”.

Selon leurs dires, ces Au Pairs se seraient senties comme esclaves de leurs familles d’accueils, dû au mauvais traitement qu’elles ont reçu. Et par crainte de représailles, elles ont préféré taire leurs mécontentements.

Consciente que ce sujet pourrait en réfréner plus d’une, il me semble toutefois important de lever le voile sur une vérité que beaucoup d’entre-elles ont vécu, vivent aujourd’hui ou pourraient un jour être confrontées. Ainsi comment cela prend-t-il forme? Comment en vient-on à parler d’un “esclavage moderne”? De part leurs témoignages, les Au Pairs nous racontent comment certaines host families abusent consciemment ou inconsciemment de leurs jeunes étrangères.

La préparation du voyage 

Prendre la décision d’être fille Au pair n’est pas chose aisée. C’est choisir de quitter ses racines, sa famille, ses amis pour vivre dans un autre pays et s’enrichir culturellement. C’est partir seul(e) à l’inconnu pour se découvrir soi-même et en revenir grandit. Pour certaines cela ne restera qu’un brève songe, et d’autres en feront une réalité en remplissant ce formulaire trouvé sur internet et/ou en envoyant le dossier à cette agence, prônant les bienfaits de la vie d’Au pair. Ce dernier sera ensuite consulté par les familles, et celles potentiellement admissibles participeront à la première phase d’admission, à savoir : l’entretien avec la famille d’accueil (de 15 à 20 minutes) ; dans lequel les deux parties se présenteront brièvement, parleront des tâches auxquelles la future fille Au pair devra s’acquitter, avant que celle-ci ne soit invitée à vivre au sein de la host family.

Le  moment  tant  attendu  –  Traveling alone  à   la   découverte   d’une   autre culture

De Ryanair, vers l’Angleterre

Une fois choisie, l’Au pair n’a qu’une envie : celle de s’envoler pour cet autre pays, car après tout, c’est une autre culture, de nouvelles rencontres, de nouveaux paysages. Certaines connaissent cette aventure, mais pour d’autres, le séjour ne se passe pas comme elles l’avaient imaginé. Car une fois arrivées, c’est autre chose qu’elles découvrent. Une bien triste réalité à laquelle elles ne s’attendaient point.

L’arrivé  dans  le  pays  d’accueil  à  la rencontre  de la  host-family 

Les aurevoirs sont faits. La jeune fille s’en est allée pour ce nouveau pays. Entre l’euphorie et la crainte, l’Au pair est mitigée, mais la rencontre de la famille la rassure. Car celle-ci est heureuse de l’accueillir, lui offre un  bon dîner et les enfants sont charmants. Tout semble être comme elle l’avait imaginé, jusqu’à ce que la famille montre un tout autre visage.

Outlandish Overtime: Le contrat soudainement  changé

Les Au pairs réalisent que le contrat qu’elles avaient signé ne correspond pas à ce qu’elles font au quotidien. Elles réalisent en effet qu’elles travaillent beaucoup plus, ont plus de tâches ménagères, n’ont pas assez de temps libre, se retrouvent étrangement épuisées et exclues de la vie de famille.

Cela a été l’expérience de Nathalia, russe de 22 ans, ancienne Au pair à Leicester. Elle avait signé un contrat de 25 heures et s’est surprise à travailler 50 heures.

“I did not understand well what was happening at the beginning. It was my first time I had been an Au Pair and I did not have the experience to look up my contract as I was confidence in my host mum. So according to my contract, I should have worked 25 hours but I actually did 5o hours especially with the housekeeping. I worked all day without any break and I finished at 7 p.m. instead of 4 p.m. My host mum did not never pay me for my overtime. She did not talk to me either and I did not do what I should have done with the children (helping them with the homework, picking up them from school and so on) but I did more housekeeping than Au pairing. I was always tired and i did not have enough time off to enjoy the city or my foreign friends. I therefore felt more like a housekeeper that an Au Pair”.

Giulia, Italian 22, ex Au Pair à Edimbourgh :

« I normally worked until 8 p.m. but in fact, I sometimes worked until midnight and sometimes until the day after. I often slept in the son’s room because the parents were not back home yet, Therfore I did not have any time for myself to do what I wanted to. They did not never ask me to do the overtime either, because that was they expected of me. I felt annoyed, but powerless about it».

Béla, 23, Hungarian was an Au Pair à Edinburgh:

« They were disrespectful with me. I did everything for nothing and the hours that I did were not the same in my contract, I was doing more, and when I complained they fired me. Obviously, on account of the atmospher was not good anymore and because they felt like powerless”.

Marie, Leicester:

“Moi, elle m’ordonnait de ranger correctement la maison. Elle voulait que le sol brille. Ce qui m’a totalement effarouchée, c’est lorsqu’elle m’a demandée de rentrer dans le four pour bien le néttoyer, alors que je ne m’en servais pas”.

N’aurait-il pas été plus simple de dire “NON” ? 

Nathalia :

« Well, saying “no” it is fairly complicated. I mean: the host families know what they do. They know that they ought not to do that. That they are not allow to behave or treat us in that way, but they do it anyway. So when my friends told me that what happened was not normal, that my host-mother was taking advantage of my kindness or my blindness, I decided to talk to my agency to find out if she could really do that. They answered me “absolutely no”. I therefore decided to explain my host-mother that I did so many hours than in the contract, and asked if we could follow it to give me a break, and guess what : she got upset with me, pretending she did not understand what I was saying and things from there got are worse and worse. At the end, she kicked my belongings out the house. My agency had to speak to her to calm down the situation, and I moved away upset and disappointed ».

Marie:

«Lorsque je lui en ai fait part, elle s’est brusquement irritée. Je lui expliquais que je n’étais pas venue pour être une femme de ménage mais bien pour m’occuper des enfants et apprendre la langue. Il me paressais inconcevable d’accepter ce qu’elle m’ordonnait de faire surtout sans être payée. Je n’étais pas son esclave. Au final nous avons eu une grande querelle vers neuf heures du soir avant qu’elle mette mes affaires à la porte. Je ne savais pas où aller et je n’avais pas d’argent comme elle ne me payait pas. Ce sont les autres filles Au Pair qui m’ont aidé à acheter un billet. »

Béla: “Saying no may be dangerous, for we never know how the family can react”.

Chania, espagnole de 22 ans, ancienne fille Au pair à Leicester a par ailleurs subi le harcèlement sexuel de son host father.

“My schedule was fine, the issue was the father. One day, we were in car when he started asking me if I would have been interested in having sexual relations with him while the mother was away. I shocked and felt a sinking feeling at this moment. I told him that I was not interested in, that he has a wife, but it was not enough, for another day, at home, we were alone and he asked me to come into his room to watch a movie. I said, no, so he came up to mine… I explained all what happened to the mother but he lied on her face. I changed of family later”.

Comment vous-êtes vous senties après avoir dit “No”?

Béla : « Any problems at first and then I felt free of not be like their « sclave » any more».

Nathalia : « I did not dare to say no, I said it indirectly because I was afraid of what she could have done to me. Even though she did finally. However, if I were to say that, I would have been happier ».

Marie : “Mon propre respect”.

Chania: « I could not have said no, for I was young and alone. I did not know what to do, and I regret not to be earlier left, for perhaps, if I were done that, I would not have perhaps had these awful memories”.

Refuser un mauvais traitement pour vivre la vie d’une/un Au pair 

Fort heureusement, il existe bel et bien des familles qui n’abusent pas de l’innocence des filles Au pair, et qui, au contraire, leurs offrent l’aventure qu’elles attendaient. Ce qui a été l’experience de Léa, jeune française de 19 ans. En effet la jeune fille a commencé son séjour à Edimbourgh en 2015/2016 et a finalement décidé de faire une année de plus avec la même famille, en vue des agréables moments qu’ils ont partagé.

“J’ai adoré mon année en tant qu’Au Pair à Edimbourgh. J’ai rencontré des gens formidables. Une famille très chaleureuse et généreuse qui a su me mettre à l’aise tout de suite. La ville est géniale ni trop grande ni trop petite et l’ambiance le soir dans les pubs est géniale”!

Lindsey, allemande, 20 ans et ancienne Au Pair à Edinburgh, fini en expliquant ce qu’elle a ressenti, ce jour ou elle a décidé de dire “assez”.

“The family were charming at the beginning until they showed me their real face. They only were kind to me because they needed me. When the father was a bit closer to me, and that I told him that I was not into him, things totally changed. He started talking to me badly but indirectly, and treating me as though I were her maid. What I did not accept at all. I kept that to myself for over 8 months until I said enough was enough. I should at all costs move away so I left the family and it was the best decision I could take, for at the end I had amazing moments in the UK !”

Ces Au Pairs nous apprennent ainsi, qu’oser dire “NON” peut s’avérer périculleux, mais qu’il est toutefois important de savoir le dire face à une famille abusive, afin de ne pas se perdre soi-même, de se retirer d’un “esclave moderne ” et de s’autoriser à vivre l’expérience imaginée, seul ou avec une autre host-family.

Billie Converse DADIE

La delusione 

La dura realtà di alcune ragazze alla pari in Inghilterra

wp-1473840459333.jpgI taxis inglesi, presso a Leicester il 5 Settembre 2015

Vivere in Inghilterra come ragazza alla pari a qualcuno fa sognare, però queste giovane ragazze conoscono veramente le famiglie che le ospitano?

Ogni giorno, molte ragazze dai 18 ai 29 anni prendono la decisione di trasferirsi in un paese straniero come ragazze alla pari, con l’intento di vivere un’esperienza unica ed imparare la cultura lavorando lì con un contratto alla pari. Però ciò che dovrebbe essere un’avventura bella, diventa per alcune una vera delusione. Perché in effetti, non tutte le famiglie sono gentili come si potrebbe pensare. Tante ragazze alla pari hanno definito la loro esperienza come “schiavismo moderno”, che significa: “lavorare molte ore in più rispetto a quanto concordato, oltretutto senza essere pagate. Secondo le loro parole, queste ragazze si sono sentite trattate come schiave delle loro famiglie ospitanti per aver continuato a lavorare più del dovuto per paura della reazione delle famiglie di fronte ad un “NO”.

Anche se so che questo tema può far paura, mi sembra importante parlare di questa realtà che molte ragazze hanno vissuto, stanno vivendo oppure, un giorno potrebbero vivere.

Allora come si arriva a tanto? Perché parliamo di uno “schiavismo moderno”?

Le ragazze alla pari ci spiegano come alcune famiglie ospitanti “abusano” consciamente o inconsciamente delle loro ragazze.

Dal colloquio alla preparazione del viaggio

Questo inizia da un semplice pensiero che diventa realtà. Alcune giovani scelgono di fare questa esperienza per due o sei mesi, e sino ad un anno. Devono allora compilare un documento e spedirlo sia ad un’agenzia o pubblicarlo su un sito internet per ragazzi alla pari. Poi se la ragazza è stata scelta da una famiglia, si farà un colloquio per discutere dei compiti che avrà la ragazza. Di solito, si tratta di prendersi cura dei bambini mentre la famiglia è assente e di riordinare un po’ la casa. Dopo di che, se entrambe le parti sono d’accordo, la ragazza viene invitata a vivere con la famiglia. Così inizia la grande avventura.

Viaggiare da solo per conoscere una cultura nuova

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Da Ryanair, per l’Inghilterra

Dopo aver ricevuto la lettera di Invito, la ragazza alla pari è pronta per la sua esperienza. Felice di questa notizia, ne parla a tutti. Dopotutto, è un sogno che è diventato realtà. Lasciare il suo paese per un altro. È un altro paese, un’altra cultura, dei nuovi paesaggi da visitare, e per questo, la ragazza non vede l’ora di partire. Purtroppo, non è un’esperienza così bella per tutte ma una grande delusione a cui non avevano pensato.

L’incontro con la famiglia ospitante

La ragazza alla pari incontra finalmente la sua famiglia ospitante che è felice di conoscerla. I bambini e i genitori sono adorabili cosi la ragazza si sente bene finché le cose cambiano.

Il contratto Alla pari di colpo cambia

Le ragazze alla pari si rendono conto che quello che fanno tutti i giorni non corrisponde a quanto contenuto nel contratto che hanno firmato. In effetti lavorano più delle ore dovute. Realizzano che hanno molte pulizie da fare, non hanno tempo per loro stesse, si sentono molto stanche e non fanno niente con le famiglie ospitanti. Questa è stata l’esperienza di Nathalia, Una ragazza Russa di 22 anni che ha lavorato come ragazza alla pari a Leicester. Lei, aveva firmato un contratto per 25 ore ma, invece, lavorava 50 ore settimanali.

“Non avevo capito cosa stava succedendo in quanto era la prima volta che lavoravo come ragazza alla pari. Avevo fiducia nella madre quindi non avevo la minima idea di dover leggere il mio contratto, e avrei dovuto: perché lavoravo troppo, non con i bambini ma con le faccende domestiche. Infatti facevo molte ore di pulizie dalle 8:00 alle 14 senza pausa, ero così stanca che non riuscivo a fare cosa avrei voluto con le mie amiche. Avevo pochissimo tempo libero e quel poco che avevo lo passavo dormendo fino alle 15, poi dovevo andare a prendere la bambina all’asilo. Dopo di che stavo con i bambini fino alle 18/19 invece che fino alle 16 senza esser pagata per le ore in più che facevo. Inoltre la madre non mi parlava mai, così non riuscivo ad imparare la lingua. Mi sentivo allora più come una donna delle pulizie che come una ragazza alla pari. Essere una ragazza alla pari dovrebbe essere uno scambio culturale e non un semplice contratto di lavoro”.

Marie, francese di 19 anni a Leicester:

”Mi ordinava di mettere in ordine tutta la casa. Voleva che la casa brillasse. Ciò che mi ha davvero scandalizzata è quando la madre mi ha ordinato di mettermi in ginocchio ed infilare la testa nel forno per pulirlo correttamente”.

Giulia, giovane italiana di 20 anni a Edimburgo:

“Io avrei dovuto lavorare fino alle 20, però lavoravo fino a mezzanotte, e qualche volta fino al giorno dopo, perché dormivo con il bambino in quanto la famiglia non rientrava a casa. Oltretutto non avevo tempo per fare quello che volevo. La famiglia non mi ha mai pagato per le ore in più che facevo perché, per loro, era normale che io le facessi. Mi sentivo male ma non potevo fare niente”.

Perché non dire semplicemente “No” alle famiglie?

Nathalia:

“Dunque, dire “no” è abbastanza difficile perché le famiglie ospitanti sanno che non dovrebbero comportarsi così, ma lo fanno comunque. Quando la mia amica mi ha detto che le cose che facevo non erano quelle che avrei dovuto fare, che la mia madre ospitante stava abusando della mia gentilezza oppure della mia cecità, ho scritto all’agenzia per sapere se era normale questo comportamento, mi hanno risposto negativamente. Ho allora chiesto alla madre di rispettare il nostro contratto per poter avere un po’ di tempo libero; ma si è arrabbiata con me e la situazione è peggiorata. Alla fine, mi ha messo alla porta”.

Marie:

”Ho provato a spiegare il problema dicendo che facevo troppe di pulizie e passavo poco tempo con i bambini. Però a lei non è piaciuto che lo dicessi, e dopo una grossa discussione alle 9 di sera, si è molto arrabbiata con me e mi ha messo alla porta. Non sapevo cosa fare, non avevo soldi perché non mi aveva ancora pagato, per fortuna le altre ragazze alla pari mi hanno aiutato a comprare il biglietto per rientrare nel mio paese”.

Béla:

“Secondo me, dire “no” è piuttosto pericoloso, perché non sappiamo mai come le famiglie possono reagire”.

Alcune ragazze si sono confrontate con le molestie sessuali. Chania 22, spagnola, ci parla della sua esperienza a Leicester.

“Non avevo nessun problema con il mio contratto, il mio problema era il padre. Un giorno, eravamo in macchina quando mi ha chiesto se ero interessata ad avere una relazione sessuale con lui mentre la madre era via. Scandalizzata ho risposto “no”. Ma non è stato sufficiente perché un altro giorno, a casa, quando eravamo soli, mi ha chiesto di andare nella sua camera a guardare un film, ho detto che non volevo, allora lui è venuto nella mia camera… Ho spiegato più tardi alla madre cosa era successo ma il padre ha soltanto negato. Dopo questo problema, sono partita della casa”.

Come vi siete sentite dopo aver detto “No”?

Béla : ” Prima ho avuto dei problemi, poi mi sono sentita felice che non ero più la loro schiava”.

Nathalia : “Non ho avuto il coraggio di dire “no” perché avevo paura della sua reazione, ma se lo avessi fatto, sarei stata più felice”.

Marie: ” Il rispetto di me stessa”.

Chania: ” Non l’ho detto perché avevo paura, però se fossi partita subito, non avrei avuto questi brutti ricordi”.

Dire “No” per poter vivere un’esperienza migliore?

Per fortuna, non tutte le famiglie approfittano delle ragazze alla pari e c’è chi, invece, le fa vivere l’esperienza che si aspettano. Essere ragazza alla pari dovrebbe essere una bella avventura, piena di bei ricordi, aver del tempo libero per visitare, incontrare delle persone nuove, studiare la lingua e soprattutto passare dei bei momenti con la famiglia come ha spiegato Nathalia.

Léa, una francese alla pari che ha avuto la sua esperienza a Edimburgo dal 2015 al 2016, ha deciso di rifarla con la stessa famiglia per i bei momenti che hanno condiviso. Ci dice:

“Mi è veramente piaciuto il mio soggiorno come ragazza alla pari a Edimburgo. Ho incontrato delle persone adorabili, una famiglia calorosa e generosa che ha saputo mettermi a proprio mio agio da subito. La città è bellissima né troppo grande né troppo piccola, e l’atmosfera nei bar è davvero bellissima”!

Lindsey, 20 anni Edimburgo, finisce dicendo come si è sentita dopo aver detto “basta” alla sua famiglia ospitante.

“Erano soltanto gentili con me perché avevano bisogno di me. Quando ho capito che il padre era interessato a me, gli ho detto che io non la pensavo cosi, che volevo solo una relazione professionale con lui, e lui ha cambiato il suo comportamento. Ha iniziato a parlarmi male indirettamente e trattarmi come se fossi la sua schiava. Ho resistito per 8 mesi poi ho detto “basta”. Quel giorno ho deciso di partire ed è stata la decisione migliore che abbia presso! Mi sono sentita libera e felice. Alla fine del mio soggiorno, ho avuto i momenti migliori in Inghilterra”!

Insomma, queste ragazze alla pari ci insegnano che dire “no” può esser difficile ma che è importante dirlo in modo da non mettersi in situazioni difficili. Dire “no” permette allora di avere un buon soggiorno, soli oppure con un’altra famiglia.

Billie Converse DADIE

The disappointment 

The sad reality of some Au Pairs in the UK

British taxis, taken in Leicester on September 5th 2015

Living in the UK as an Au Pair may be a dream, but do those young girls truly know their host families ? 

Every day, girls between 18 and 29-year-old take the decision to move away to another country as an Au Pair to experience a different culture. However instead of having a great adventure overseas, some of them are confronted with a real disappointment, for indeed, all the host families are not as pleasant as expected. Thus we sadly learn that some Au Pairs have faced a “modern slavery” meaning “abusing of vulnerability of someone or working long hours for little or no pay”. According to them, they felt like “slaves” in their ex host families houses due to the bad treatment they had, without the possibility to say “No” as they were scared of how the family could have reacted.

Whilst I know that this topic may be frightening, it seems to me important to speak out about this truth that most of girls have lived, are living today or might one day be confronted with.

So how do that start with ? Why do we talk about a “modern slave” ? Those ex Au Pairs explain to us how some of host families consciously or unconsciously abuse foreign girls.

From the interview to the trip

Things start with a simple idea thought by the girl. Some Au Pairs decide to allocate 2 or 6 months or a year living in England and must first of all fill out a form, send it to an agency or post it on an Au pairing site. Then if the girl is chosen by a family, she must do interview on Skype or on the phone taking 15 or 20 minutes talking about themselves and what the job will entail. Overall it is about looking after the children while the parents are away, alongside some light cleaning. Afterwards, if they match each other, the girl is invited to live within the family, then starts the adventure.

Traveling alone to find out another culture

From Ryanair, off to England

After receiving the invitation letter, the Au Pair is ready to live her experience. Excited, she tells everyone, for after all, it is a dream comes true. Moving off from her own country to another one : it is a new culture, new friends and some new landscapes to see. The Au Pair is therefore excited about it, even though, some of them run into difficult challenges, some of which they might not have thought about.

Meeting the host family

Arrived in the country, the Au Pair goes to meet her new “family”. Everyone cannot wait to meet up each other. The children are lovely, the family too and make the girl feel welcome by getting to know her better. It is exactly as she expected until the family pulls down the mask.

Outlandish Overtime: The contract suddenly changed

Some of Au Pairs do realize that they work more that what the contract specifies. They do more hours, more housekeeping, have little time off for themselves and feel strangely tired. That has been the experience of Nathalia, a young 22-year-old Russian who Au Paired in Leicester. She signed a contract with consisted of 25 hours and light cleaning but was, in fact, working 50 hours.

“I did not understand well what was happening at the beginning. It was my first time I had been an Au Pair and I did not have the experience to look up my contract as I was confidence in my host mum. So according to my contract, I should have worked 25 hours but I actually did 5o hours especially with the housekeeping. I worked all day without any break and I finished at 7 p.m. instead of 4 p.m. My host mum did not never pay me for my overtime. She did not talk to me either and I did not do what I should have done with the children (helping them with the homework, picking up them from school and so on) but I did more housekeeping than Au pairing. I was always tired and i did not bave enough time off to enjoy the city or my foreign friends. I therefore felt more like an housekeeper that an Au Pair”.

Marie, Leicester :

“Moi, elle m’ordonnait de ranger correctement la maison, elle voulait que le sol brille. Là où j’étais totalement effarouchée, c’est lorsqu’elle m’a demandé de rentrer dans le four pour bien le nettoyer alors que je ne m’en servais pas. Elle ne m’a jamais payé pour mes heures supplémentaires, elle n’en faisait même pas référence”.

Guilia, 22, Italian and ex Au Pair in Edimbourgh :

« I normally worked until 8 p.m. but in fact, I sometimes worked until midnight and sometimes until the day after. I often slept in the son’s room because the parents were not back home yet, Therfore I did not have any time for myself to do what I wanted to. They did not never ask me to do the overtime either, because that was they expected of me. I felt annoyed, but powerless about it».

Béla, 23, Hungarian was an Au Pair in Edinburgh :

« They were disrespectful with me. I did everything for nothing and the hours that I did were not the same in my contract, I was doing more, and when I complained they fired me. Obviously, on account of the atmospher was not good any more and because they felt like powerless”.

How come did not you simply say “No” ?

Nathalia :

« Well, saying “no” it is fairly complicated. I mean, the host families know what they do. They know that they ought not to do that. That they are not allow to behave or treat us in that way, but they do it anyway. So when my friends told me that what happened was not normal, that my host-mother was taking advantage of my kindness or my blindness, I decided to talk to my agency to find out if she could really do that. They answered me “absolutely no”. I therefore decided to explain my host-mother that I did so many hours  than in the contract, and asked if we could follow it to give me a break. And guess what: she got upset with me, pretending she did not understand what I was saying and things from there got are worse and worse. At the end, she kicked my belongings out the house. My agency had to speak to her to calm down the situation, and I moved away upset and disappointed ».

Marie :

« Lorsque je lui en ai fait part elle s’est brusquement énervée. Je lui expliquais que je n’étais pas venue pour être une femme de ménage mais bien pour m’occuper des enfants et apprendre la langue. Je n’ai pas accepté de faire ce qu’elle m’ordonnait de faire surtout sans être payée. Je n’étais pas son esclave. Au final nous avons eu une grande querelle vers neuf heures du soir, puis elle m’a mise à la porte. Je ne savais pas où aller et je n’avais pas d’argent non plus comme elle ne me payait pas. Ce sont les autres filles Au Pair qui m’ont aidé à acheter un billet. »

Béla: ” Saying no may be dangerous, for we never know how the family may react”.

Some are, furthermore, confronted with the sexual harassment. Chania, 22, Spanish tell us about her time in Leicester.

“My schedule was fine – my problem was with the father. One day, we were in his car when he started asking me if I would have been interested in having sexual relations with him, while the mother was away. I was shocked and felt a sinking feeling in my stomach. I told him that I was not interested in, that he has a wife, but it was not enough, for another day ; at home, we were alone and he asked me to come to his room to watch a movie with him. I said no, so he came up to mine… I then explained what happened to the mother and he lied to her face. I changed of family later”.

How did you feel after having said “No” ? 

Béla : « Any problems at first, and then, I felt free of not being their slave any more ».

Natacha : « I did not dare saying no, I said it indirectly because I was afraid of what she could have done to me. However, if I were to say that, I would have felt better than I do now “.

Marie : “Mon propre respect”.

Chania : “I could not say no, for I was young and alone. I did not know what to do, but I regret not to be earlier left as now, I have found another family who treats me very well so I am enjoying my stay as an Au Pair. Therefore, if I were early left, I would not have perhaps had these awful memories”.

Saying “No” to live the good life as an Au Pair ?

Fortunately, it is not all the host families who take advantage of the kindness and innocence of those young girls and on the contrary, they give them what they expect of a such adventure away of their own country. Being an Au Pair into a great family should be a wonderful experience, plenty of lovely memories. It should be about having some time off to visit places and meet new people. Léa, a French girl who has started her stay in Edinburgh from 2015 to 2016, has finally decided to stay with the same family permanently, owing to the great relation she has with the fanily. She thereby tells us what we should feel as an Au Pair :

« J’ai adoré mon année en tant qu’Au Pair à Edimbourgh. J’ai rencontré des gens formidables. Une famille très chaleureuse et généreuse qui a su me mettre à l’aise tout de suite. La ville est géniale ni trop grande ni trop petite et l’ambiance le soir dans les pubs est géniale ! »

Lindsey, 20-year-old German, who was an Au Pair in Edinburgh, closes by saying how she did feel when she finally decided to say “that is enough” :

“The family were charming at the beginning until they showed me their real face. They only were kind to me because they needed me. When the father was a bit closer to me and that I told him that I was not into him, things totally changed. He got off the rails by starting talking to me badly but indirectly, and treating me as though I were her maid. What I did not accept at all. I did blood, sweat and tears to keep that to myself for over 8 months until I said enough was enough. I should have moved away so I left the family and it was the best decision I could take, for at the end I had amazing moments in the UK !”

Those Au Pairs teach us that daring to say “No” may be a thorny issue, but important to say to an abusive family, so as not to get yourself into a dire situation. Saying “No” would give then the opportunity to have a beautiful experience, on its own, or with another host family.


Billie Converse DADIE